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Sarebbe di oggettivo interesse cercare di
indagare nella storia dell’interpretazione gregoriana; in
qualche modo com’è avvenuto, ad esempio, nella modalità, in
cui il genio di Jean Claire ha sfondato in modo retroverso il muro
dell’octoechos ed è risalito, con risultati sorprendenti, alla
modalità arcaica ed ai suoi sviluppi successivi ritornando poi,
appunto, illuminandone le radici, all’octoechos, divenuto così punto
d’arrivo, e non più di partenza.
Sennonché,
cosa perfino banale, se le indagini sui documenti avvengono
appunto su documenti; quelle interpretative non sono controllabili
se non dall’invenzione degli strumenti di riproduzione: insomma
da circa un secolo.
Eppure sono esistiti nel sec. XIX studiosi come Augustin
Gontier o anche personalità eminentissime come il suo amico
l’abate Guéranger, vero gigante del monachesimo benedettino
francese dopo la Rivoluzione e fondatore dell’abbazia di
Solesmes, i quali erano convinti che la tradizione popolare
avesse salvato soprattutto il ritmo del canto gregoriano,
dacché è nelle pievi e nei luoghi culturalmente non contagiati
che si ritenesse tramandato quel modo di cantare, che le
plebi non potevano avere inventato, sibbene ricevuto a loro volta:
un modo cioè fondato su una corretta intelligenza del testo e
procedente secondo il suo ritmo.
La
polemica era evidente: si voleva combattere contro quei dotti
dell’epoca che tendevano a fare del canto gregoriano un canto
slegato dal senso e dal ritmo del testo, quindi mensurale o
mensuraleggiante, e invece affermare quello che le indagini
successive avrebbero dimostrato appunto come il più plausibile.
In effetti, solo il genio degli studiosi legati al monastero di
Solesmes ha potuto persistere sull’intuizione del testo,
pur se mai ci sono state possibilità reali di ritenere l’altra
parte, quella schierata per la mensuralità, come fondata.
L’equivoco
nasceva dal fatto che, mancando sempre nei sistemi di scrittura
qualsiasi indicazione di tempo, pareva lecito, paradossalmente,
ritenere l’ipotesi mensurale non scartabile. E tuttavia è
sufficiente possedere capacità di connessione per constatare come
il segno neumatico – pensiamo soprattutto al più perfetto, come
il sangallese –, calzi in modo mirabile appunto sul testo,
meglio, sull’agogica del testo. Oggi comunque è molto più
agevole che un tempo, poiché gli studi sul neuma, detti
semiologici, hanno fornito chiavi di straordinaria lettura.
Ciononostante, qual
è lo spirito dell’interpretazione gregoriana? Si può
rispondere con relativa facilità. Acquisito cioè il dato
semiologico, vale a dire grammaticale del canto, lo spirito
risponde ad un’esigenza storica, che lo accomuna con la pratica
universale dell’interpretazione. È bene spiegarsi meglio. Varie
sono le culture degli interpreti, quale che sia lo strumento
proprio; eppure le varie culture debbono intendersi sul senso
di un compositore. Per esempio, non è lecito interpretare un
compositore occidentale come se non lo fosse. Un direttore
d’orchestra cinese, per esempio, che interpreti Mozart, deve
stare allo spirito mozartiano così come lo tramanda
l’Occidente. E questa è una prerogativa che vale per tutti
quale che sia la cultura d’origine, pur se un tasso di
soggettività deve essere ammesso. Allo stesso modo il canto
gregoriano è un canto dell’Occidente, ed è dello spirito
storico e culturale dell’Occidente che dev’essere permeato,
anche qui pur con certa caratterizzazione soggettiva
dell’interprete. Senso del testo, quindi, grammatica del segno
che al testo è strettamente congiunta o meglio con-costituzionale;
spirito, per finire, occidentale sono gli elementi che rendono
“autentica” l’interpretazione gregoriana.
Nino
Albarosa
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