COS’È IL CANTO GREGORIANO
     

Il canto gregoriano costituisce quell’arte liturgico-musicale elaborata nel medioevo attraverso la combinazione del canto romano (un tempo detto antico-romano) e il canto gallicano.  La combinazione dei due repertori in uno, cominciata ad avvenire nel sec. VIII, fu opera di esperti sicuramente grandi, come grande era in quell’epoca il senso della cultura, quando si pensi a quel “prodotto” storico-politico che sarà la figura di Carlo Magno.
L’appellativo “gregoriano” fu dato nel tempo per collocarlo sotto l’egida della figura gigantesca di papa Gregorio Magno; ma, in effetti, l’epoca di papa Gregorio fu al massimo quella del canto romano, essendo il gregoriano, appunto, sicuramente posteriore.
I documenti che ci tramandano tale forma d’arte sono via via sempre più numerosi, fino a diffondersi in tutta Europa; ma, quando essa venne elaborata, la tradizione era mnemonica e non affidata alle carte. Esistevano per questo scuole in cui i giovani apprendevano il repertorio lungo un tirocinio pluriennale. Luoghi dove il canto gregoriano veniva appreso erano le cattedrali e i monasteri.
È stato certamente per un’esigenza di ritenzione sicura, che il canto, come del resto avveniva già per le opere teologiche, filosofiche e di cultura in genere, cominciò ad essere affidato alla pergamena. Vennero così stilati i primi manoscritti, fra i quali il celebre sangallese 359, consultando i quali, il magister chori aveva modo di avere sempre presente il repertorio. La natura dei primi documenti, però, costituisce evidentemente una transizione fra la tradizione orale o mnemonica e la tradizione su rigo. Infatti i segni musicali specifici, detti neumi, venivano tracciati appunto senza rigo, essendo però ugualmente preziosi perché orientavano sul movimento musicale, che rappresenta, come i musicisti ben sanno, l’aspetto più importante della musica universale. Sarà più tardi, a seguito cioè dell’invenzione del rigo, che le scritture diverranno perfettamente diastematiche, collocate cioè nei giusti intervalli, dimodoché il repertorio non andrà perduto.
Il canto gregoriano, come viene eseguito oggi, è frutto della grande riforma iniziata a metà sec.XIX grazie all’opera dei monaci benedettini di Solesmes in Francia. Così come avvengono le grandi opere di restauro in tutti i campi dell’arte, gli studiosi solesmensi si diedero al restauro delle melodie gregoriane, e specificamente mediante un grande lavoro di ricognizione delle fonti medievali, andate a scovare in Europa biblioteca dopo biblioteca. Grazie a tale fatica altamente scientifica e altamente culturale riuscì ad essi cavare da quelle fonti il meglio possibile delle linee melodiche originarie. La riforma di Solesmes, quindi, rappresenta una grande operazione storica.                            
A conclusione del presente intervento è giusto aggiungere che essa non ha costituito un punto conclusivo e di chiusura, sibbene di partenza e di apertura, come è nel vero spirito della scienza e anche dell’arte. Questo significa che ancora oggi, certamente su quella grande piattaforma alla cui elaborazione non si sarà mai riconoscenti abbastanza, studiosi solesmensi e non, continuano nelle loro indagini per approfondire la natura e l’essenza del repertorio.   
Essa quindi attende con vero piacere musicisti e appassionati, che desiderassero divenire soci e apprendere o approfondire, attraverso i suoi corsi, il patrimonio musicale gregoriano.


OTTICHE GREGORIANE

Il presente intervento vorrebbe illustrare nel modo meno lontano possibile le ottiche con cui si guarda al canto gregoriano.
Tutti sono d'accordo nel considerarlo un grande patrimonio della musica occidentale. In effetti, però, pur in tale accordo, non tutti gli sbocchi si equivalgono; e qui bisogna far ricorso alle vicende. Rimanendo all'Europa, bisogna partire da almeno due realtà antiche: la prima è l'abitudine stilistica con cui molti hanno ereditato il canto, un modo cioè generalmente appesantito, salvo i luoghi in cui veniva coltivato con la necessaria freschezza. La seconda, l'enorme e meritorio influsso, in tutto il mondo, del canto "solesmense". Il primo aspetto della questione giunge, si può dire, fino al Concilio Ecumenico Vaticano II; dopo il quale, nonostante l'esaltazione del gregoriano quale canto proprio della Chiesa, in effetti, si è assistito se non alla sua sparizione, certo ad un ridimensionamento che si direbbe pauroso e immeritato.
A tal proposito esistono oggi persone di buona volontà che operano un tentativo abbastanza diffuso di rivalorizzazione. Quel che però, con le migliori intenzioni, non si capisce, è a quale canto gregoriano esse mirino. Si tratta di una componente veramente assente dai loro progetti. L'impressione, che vuole essere assolutamente corretta, è che mirino ad una tradizione antica, di tipo in qualche modo pur gloriosamente "popolare", in cui non era questione di repertorio e della sua ampiezza, sibbene di un numero ridotto di brani sia pure universalmente diffusi. Un tale tentativo, invero obiettivamente ristretto, è a nostro avviso destinato se non a fallire, certamente a spegnersi nel giro di poco tempo. Si tratta direi di un tentativo nostalgico, legato alla dolcezza espressiva del canto e a ricordi pur belli di funzioni pur suggestive.
Di ben altra portata è la "questione solesmense". Qui si è di fronte ad un'opera veramente storica che continua in modo benefico in tutta la Chiesa occidentale; e magari si cantasse come cantano ogni giorno i monaci di quel monastero! Ciononostante, paradossalmente, meriti procedenti da personalità appunto di quel monastero, con influssi tra l'altro all'interno dello stesso, vengono aldifuori non dico spregiati, ma certamente non recepiti in tutto il loro valore: per esempio, la componente semiologica del canto, dovuta al genio di dom Eugène Cardine, e che costituisce il fondamento dell'operare dell'Associazione Internazionale Studi di Canto Gregoriano. Senza di essa oggi un coro manca della stella polare, e non sapremmo veramente quali sarebbero i criteri su cui un interprete preparato potrebbe impostare le sue esecuzioni.

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